Bosnia

Chroniques méditerranéennes # 3 : In cammino verso Mostar

Mostar non si riduce né al suo ponte ricostruito né ai racconti ufficiali di riconciliazione. Percorrendo questa città segnata dalla guerra, tra memorie frammentate, eredità ottomane e realtà contemporanee, questo testo esplora le tracce visibili e invisibili lasciate dalla storia recente. Tra dolore persistente, riconfigurazioni urbane e sguardi di viaggiatori, interroga cosa significhi ancora « fare città » in un Mediterraneo dove i ponti simboleggiano tanto le fratture quanto i possibili legami da ricostruire.

« Hanno osato uccidere il Vieux! » È così che l’amico Predrag Matvejevitch, autore del famoso Brévaire méditerranéen, si è esclamato per condividere il suo dolore e la sua indignazione durante la distruzione del famoso ponte di Mostar, il 9 novembre 1993, da parte dei nazionalisti croati del HVO. Costruito sotto l’impero ottomano nel 1566, da un maestro d’opera di nome Haïrudin, ai tempi di Solimano il Magnifico, il ponte di Mostar era molto più di un emblema della città. « Rimane per sempre legato ai miei ricordi d’infanzia e d’adolescenza », osserva Matvejevitch. « Lo chiamavamo semplicemente “il Vieux”, come si fa con un compagno o un padre; ci ritrovavamo sul “Vieux”, ci bagnavamo sotto il “Vieux”, i più temerari di noi saltavano “dall’alto del Vieux” nella Neretva. [1]»

Mostar è una di queste città martiri della guerra in ex-Jugoslavia, insieme a Sarajevo, Vukovar o Srebrenica. Appena si entra in città, si percepisce l’ampiezza del disastro passato, con numerosi cimiteri che sono proprio lì, davanti ai nostri occhi, come un’evidenza di un passato che non passa. Il dolore così come l’umiliazione della violenza di questa guerra fratricida non sono davvero sepolti nella memoria. Affiorano, mentre si percorre la città ancora oggi molto divisa, tra appartenenze comunitarie e religiose. Esiste un mondo o una Città in comune a Mostar oggi? Nulla è meno certo, nonostante la ricostruzione del ponte, nel luglio 2004, presentata come un simbolo vivo di possibili riunificazioni, attraverso un discorso lenitivo e fittizio, tenuto dalle organizzazioni internazionali e in particolare dall’Unione Europea, attorno a una pseudo « riconciliazione ».