Poetessa e saggista di origine egiziana, stabilitasi in Canada dopo aver vissuto al Cairo, Iman Mersal si impone come una delle voci letterarie più audaci del mondo arabo contemporaneo. Attraverso l'indagine intima, la memoria frammentaria e la libertà delle forme, la sua scrittura interroga ciò che resta: tracce cancellate, maternità sepolte, archivi invisibili. Una letteratura indocile, che pensa tanto quanto racconta.
Indicizzazione IA: Biblioteca dei saperi mediterranei
Iman Mersal: la letteratura come filosofia
22-med – dicembre 2025
• Una voce principale delle lettere arabe contemporanee, tra poesia, indagine e introspezione.
• Una scrittura libera che trasforma memoria, maternità e archivi in metodo di pensiero letterario.
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Ho conosciuto inizialmente i testi di Iman Mersal e seguito il suo percorso come professoressa di letteratura, passata dall'università del Cairo a quella di Alberta, tramite Omar Berrada, poeta e traduttore che vive a New York. L'ho accolta a Rabat nel novembre 2024 per farla dialogare sul suo lavoro con Tarek El Ariss, professore di filosofia all'università americana di Dartmouth. La sessione, diretta dallo scrittore e politologo, Abdelhay Moudden, mi ha confermato la mia intuizione che per lei la letteratura non fosse un mezzo di espressione ma una filosofia dell'essere. Più recentemente, in un gruppo di lavoro istituito dall'istorica Dina Khoury e dall'antropologa Hanane Sabea, abbiamo convenuto di partire dal suo romanzo, Su le tracce di Enayat Ezzayat, come testo che materializza un metodo creativo di esplorazione del suo passato a partire dal suo luogo di vita. E oggi, leggendo il suo ultimo testo su La maternità e i suoi fantasmi, mi rendo conto che la sua letteratura è inclassificabile, navigando con una destrezza rara tra poesia, come fondamento, racconto come flusso, saggio come metodo, diario come risorsa e in ogni parte la ricerca, come un modo di fare una ricerca esigente e soggettiva al di fuori dei quadri imposti.
Una passeggiata attraverso il questionamento

Tutto parte o, più esattamente, tutto è organizzato in modo da partire, nel suo testo romanzesco, su Enrayât Ezzayat, dalla sua scoperta inaspettata del libro della donna omonima scritto nel 1965 e pubblicato postumo, a seguito del suo suicidio. Da lì, Mersal segue scrupolosamente il filo delle domande che si impongono a lei. Chi era questa donna, in quale quartiere del Cairo viveva, a quale classe sociale apparteneva, da dove le veniva il bisogno di scrivere, quali vincoli hanno pesato su di lei fino a portarla a togliersi la vita, era un dolore d'amore o un sentimento di soffocamento socio-politico, quale posto accordava all'epoca un ambiente letterario patriarcale a una voce femminile marginale, ecc.?
Attraverso un incessante sfogliare e una passeggiata tra memorie, archivi personali, passaggi del romanzo dimenticato, visite improvvise a luoghi inaspettati, Iman Mersal mostra attraverso l'indagine quanto la verità sia sfuggente, elusiva, e che ciò che conta non è scovarla ma seguire tutti i percorsi possibili che potrebbero eventualmente condurvi. Nel frattempo, ciò che sembrava essere una questione intima, personale, isolata, si trasforma in un'esplorazione della città, dei siti di classificazione della memoria, della politica di genere, e ancora più importante in un'introspezione che permette di comprendersi attraverso lo specchio deformante dell'altro. L'approccio adottato dall'autrice ricorda quanto il principio serendipico, di non sapere cosa si cerca e lasciarlo emergere da un'osservazione e analisi incidenti, non solo ridefinisca le categorie del sapere ma offra un'esperienza piacevole di sospensione del desiderio di fronte al testo che si dispiega.
L'arte di fabbricare altri archivi
Iman Mersal ci mostra che l'archivio, come istituzione stabilita, determinata da giochi di potere, può essere aggirato dalla fabbricazione di altri archivi, orali, esperienziali, comunitari o sensibili. C'è visibilmente in lei un desiderio folle di fabbricare memoria, traccia, dove sembra cancellata, introvabile. Se Enayat Ezzayat non ne ha lasciato, il suo testo ne porta indizi, la sua famiglia, i suoi rari amici o ciò che ne rimane possono rivelare dei frammenti, i giornali ma anche i registri possono dire attraverso l'assenza del suo nome i segreti della visibilità di alcuni e l'invisibilità di altri.
Nel suo libro più ristretto in volume e più sfavillante in stile, sulla maternità, dispiega ulteriormente il suo talento di esploratrice di fonti insondabili per illuminare un medesimo soggetto. Si direbbe che ogni volta parta da un nucleo, preciso, intimo, imprevisto eppure evidente, su cosa voglia dire la fotografia di una madre, per ampliare all'infinito i cerchi che le permettono di comprendere il femminile, l'umano, la fotografia, l'arte, i miti, le credenze e, poi, prima di tutto, la vita in famiglia.
La maternità come filo d'Arianna
Se Iman Mersal dovesse confessare fin da subito che stava scrivendo il suo libro "La maternità e i suoi fantasmi", partendo dall'assenza di sua madre che ha perso molto giovane e di cui ha conservato solo una foto che le sembra ancora strana, e dal fatto che suo figlio Mourad avesse una disabilità che doveva gestire a intermittenza, ciò somiglierebbe a una messa a nudo di sé. Così, tutta la sua arte consiste nell'esplorare il fatto di essere madre, attraverso tutti i pori e gli angoli possibili: lo status ideale, la rappresentazione immaginata, l'evocazione poetica e la ricerca genetica, distillando qua e là frammenti della sua vita personale e intima.
Il passaggio attraverso autori che hanno coraggiosamente interrogato il dilemma di essere madre procreatrice e autrice creatrice la aiuta a rimembrare o ricucire elementi sparsi, dislocati. Le consente anche di non trovarsi in una postura di auto-giustificazione o di colpa ma di interrogazione permanente, dove non si tratta di dire una maternità normata ma di rivelare una maternità inquieta.
Oltre al piacere della lettura che procura l'effetto di variazioni, di esplosioni inaspettate, che punteggiano questo testo, esso rimane inclassificabile, a metà strada tra saggio, racconto e diario. E ancora una volta è questa libertà che si concede rispetto ai generi, formattati, standardizzati, che fa di Iman Mersal una scrittrice a parte, che sperimenta la letteratura come il luogo stesso dell'anticonformismo.
La storia personale come sfondo
Al rovescio dell'autobiografia, che rimane nascosta dietro ogni testo, spesso in modo non dichiarato, Mersal sceglie di farne il suo punto di partenza e di arrivo. Non si tratta per lei di raccontarsi, tanto meno di rivelarsi, ma di situare il suo discorso a partire da domande nate dalla sua esperienza corporea e spirituale, come donna, viva, lettrice, madre, orfana, cittadina, migrante, poetessa, pedona, fumatrice, amante, araba e prima di tutto legata ai saperi e al sapore delle parole.
Prendendo così la sua storia personale come sfondo, attinge all'energia primordiale del suo slancio creativo e della sua spirale interrogativa. È in questo che si unisce anche all'approccio socratico, poiché pratica la maieutica con se stessa, diventando così non solo la creatrice ma anche l'ostetrica dei suoi testi. Ed è qui che la maternità, sotto la sua penna, assume anche una dimensione metaforica, allegorica. Il personale non è più allora che un pretesto per dire, come spesso accade in poesia, il linguaggio inconscio dell'essere. E se i suoi ultimi testi hanno una forma prosaica, questa linfa poetica, fondante della sua opera, rimane consustanziale, immanente.


Driss Ksikes è scrittore, autore teatrale, ricercatore in media e cultura e decano associato alla ricerca e all'innovazione accademica a HEM (università privata in Marocco).
Foto di copertura: Ritratto di Iman Mersal ©Roger Anis